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sabato, Gennaio 22, 2022

Tessile e moda, Europa a caccia di 600mila professionisti

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Entro il 2030 le aziende europee del tessile, abbigliamento, della pelle e delle calzature avranno bisogno di 600mila nuovi lavoratori, per sostituire le uscite dovute ai pensionamenti ma anche per rispondere alla richiesta di nuovi profili professionali, legati soprattutto alla sostenibilità e all’innovazione digitale. Il dato è stato fornito da Euratex, la confederazione europea del tessile e abbigliamento, in occasione del convegno “Il futuro dell’industria della moda” organizzato a Firenze, nei giorni di Pitti, dal programma europeo Skills Smart 2030 Tclf, dedicato proprio al tema della formazione nei quattro segmenti presi in esame.

Gli addetti over 50 oggi sono il 36% della forza lavoro

Settori che oggi danno lavoro a 2 milioni di persone, concentrate soprattutto in Italia, primo Paese per numero di addetti, circa 410mila, concentrate soprattutto in Lombardia e Veneto (la Romania è al secondo posto con 300mila addetti). Ora, proprio in Italia, il Paese europeo con l’età media più alta, pari a 46,2 anni, il tema dell’invecchiamento delle risorse umane è particolarmente urgente: nelle industrie in esame, a livello europeo, gli addetti over 50 sono passati dal 22% nel 2009 al 36% del 2020.

Servono anche nuovi profili, soprattutto tecnici

Ma la minaccia della scarsità di risorse umane passa anche dalla difficoltà di reperire profili professionali adeguati alle nuove esigenze dell’industria: sempre secondo Euratex, nei prossimi cinque anni i più richiesti saranno quelli legati all’innovazione di prodotto e di processo, al digitale e alla sostenibilità, come l’analista dei tempi di produzione, l’esperto di tecnologie tessili e di materiali, il manager della filiera, lo specialista in digital marketing. «Alle aziende della moda oggi non servono tanto stilisti, quanto periti chimici, capaci di gestire la transizione verso la sostenibilità – ha detto Paolo Bastianello, presidente Comitato Education di Confindustria Moda – , ma proprio simili figure tecniche operative sono le più difficili da trovare».

Gli Its come hub di innovazione e legame con le aziende

Ecco perché la rete degli Its italiani, dove la formazione è legata strettamente alle esigenze delle aziende, e che garantisce al 93% degli studenti un’occupazione, è concentrata nel proporre corsi «contemporanei», come li ha definiti Antonella Vitiello, direttrice di Mita Academy, condotti da docenti-professionisti che provengono dalle aziende stesse: «Gli Its devono essere luoghi dove si sperimenta l’avanguardia, anche lavorando con nuovi macchinari prima che vengano messi in commercio», ha sottolineato.

Troppa delocalizzazione ha minato la filiera

«In passato abbiamo dimenticato la centralità della nostra filiera, abbiamo delocalizzato troppo, senza reperire le risorse umane necessarie – ha aggiunto Claudio Marenzi, presidente di Pitti Immagine –. Oggi dobbiamo recuperare, ma non secondo schemi di 20 anni fa». Un esempio di innovazione riuscita è quello di Nice Footwear, azienda calzaturiera della Riveira del Brenta e “nativa digitale”, poiché ha sempre lavorato senza carta, ma con programmi in 2D e 3D: «All’inizio c’era una certa resistenza verso il nostro modello – ha detto il ceo Bruno Conterno -, ma oggi siamo arrivati a 25 milioni di fatturato e alla quotazione in Borsa (lo scorso 18 novembre, ndr). Il made in Italy manterrà il suo vantaggio competitivo solo attraverso l’incontro fra le competenze dei nostri maestri artigiani e le abilità digitali dei ragazzi».

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