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giovedì, Settembre 29, 2022

Perché la transizione ecologica così com’è rischia di essere un binario morto

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Il caso della Gkn, prendendo in considerazione la fondamentale battaglia portata avanti dal Collettivo di fabbrica, ci dimostra che è possibile ideare – con una mobilitazione dal basso – un’alternativa al modello dominante di transizione ecologica che ci viene proposta dal mercato, quand’anche questa transizione ci sia, considerando che ancora oggi ci sono aziende che si ostinano a remare in direzione contraria. Un modello che per come viene spesso presentato non solo rischia di essere impopolare, perché associato alla perdita di occupazione nei settori come l’automotive, ma che non riesce a essere una soluzione credibile che affondi le sue radici in un rovesciamento dell’attuale rapporto tra il diritto al lavoro, il diritto alla salute e il diritto a vivere in un ambiente salubre. 

Fridays for Future

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a cura di

Paola Rosa Adragna

25 Marzo 2022

Questo tipo di riconversione rischia di essere un binario morto, o peggio, di cambiare tutto affinché nulla cambi, riportandoci verso lo stesso punto da cui siamo partiti, proprio in quanto non riesce a prendere le distanze da una crescita economica che ha preso il volo e non sembra avere un paracadute di emergenza per atterrare sani e salvi prima che l’aereo si schianti. Viene anche il dubbio che questo tipo di transizione, vista come nemica del mondo operaio, sia funzionale a quest’attuale architettura economica basata su salari da fame e lavoro precario.

 

In questo scenario pare aprirsi un piccolo spiraglio, è infatti qui che entra in scena la vera transizione ecologica proposta dal Collettivo, basata su una riconversione industriale volta a creare un polo pubblico della mobilità sostenibile. In questo caso la risoluzione alla crisi non è solo basata su una semplice sostituzione tecnologica, come potrebbe essere il passaggio da un auto tradizionale a un auto elettrica, sempre nell’ottica di una lettura della mobilità in cui il trasporto privato la faccia da padrone, ma una completa ridefinizione di paradigma socio-economico.

Una delle richieste è l’intervento dello Stato, quale Stato verrebbe da chiedersi. Di certo non lo Stato che è intervenuto nella vicenda di Alitalia, non uno Stato che insegue il mercato, ma uno che ascolti le persone coinvolte, i lavoratori e i territori, e su quella base modelli il proprio agire. In definitiva uno Stato che definisca le sue priorità non guardando a quelle già scelte del mercato.

C’è infatti una cosa che hanno compreso subito alla Gkn: questo enorme e difficile processo sociale, economico e culturale che è la transizione non lo sta governando. Invece, come dicono loro, bisogna riappropriarsi della produzione decidendo cosa e come produrre. Hanno deciso di pensare alla transizione dall’automotive consapevoli del fatto che il tempo dell’automobile stia finendo, ma non solo. Con l’enorme impiego di questo settore, in termini di occupati, è chiaro che pensare che più della metà delle auto debba sparire in pochi anni può spaventare, ma è proprio da qui che nasce la scelta di puntare tutto sul servizio di trasporto pubblico, che ridefinirà le città del domani, anzi, dell’oggi. Con un ragionamento che tiene assieme tutta la filiera, la catena del valore: “Non permetteremo mai più di giustificare delocalizzazioni, licenziamenti, precariato con la scusa della crisi climatica. Né permetteremo di giustificare con la difesa dei posti di lavoro un rallentamento o una deviazione nella transizione ecologica e climatica”.

L’iniziativa

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di

Giacomo Talignani

03 Marzo 2022

Decidere come produrre significa anche decidere che farne della produttività, della nostra capacità di efficientare i processi. La risposta è netta e guarda al rispetto dei limiti della biocapacità del Pianeta: l’obiettivo è la sostenibilità sociale ambientale, quello della liberazione del tempo di vita, di una riduzione del tempo di lavoro a parità di salario. Parliamo di un’economia che segua un paradigma diverso, una steady state economy in cui i consumi si livellino, non sulle spalle di chi ha già poco accesso alle risorse, ma soprattutto per i più ricchi, e facendo in modo che i salari stagnanti da decenni tornino ad aumentare.

I protagonisti

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02 Marzo 2022

Per permettere a questa transizione di vivere di reali procedure democratiche per diventare finalmente la giusta transizione che aspettiamo è però necessario che la pianificazione economica torni al centro del discorso pubblico. Gkn ci mostra ancora una volta la strada, parliamo di nazionalizzare i settori produttivi fondamentali del Paese, tra cui quindi l’automotive, per poi affidarlo alla classe dirigente che già esiste nel Paese, si trova nelle fabbriche, ed è pronta per guidare la vera transizione.

Questo è solo all’inizio.

Non possiamo non guardare con apprensione all’attuale scenario internazionale e al configurarsi di una nuova fase di riarmo del vecchio Continente. Negli scorsi giorni i governi europei si sono impegnati, attraverso la dichiarazione di Versailles, a “incrementare considerevolmente” le spese per la difesa, destinando particolare attenzione ai programmi di ricerca e sviluppo in materia bellica. Ecco qui svelata la verità e cioè che i soldi per la ricerca ci sono, ma ancora una volta non per la ricerca pubblica di base e per quella ricerca che noi Fridays For Future insieme al lavoratori della Gkn vogliamo. Per tutte queste ragioni, compreso un fermo e risoluto no alla guerra, lanciamo una due giorni di mobilitazione che partirà dalla mattina del 25 marzo, in tutte le piazze italiane, e si concluderà nella serata del 26 a Firenze con il Collettivo di Fabbrica Gkn.

Vogliamo un futuro diverso e questo futuro siamo pronti a prendercelo ribaltando i rapporti di forza e dimostrando che nel Belpaese siamo la maggioranza.

* Emanuele Genovese e Ferdinando Pezzopane sono attivisti di Fridays for Future

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