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giovedì, Settembre 29, 2022

L’uomo che vuole piantare mille miliardi di alberi

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L’uomo che vorrebbe risolvere una volta per tutte il cambiamento climatico viene dalla Silicon Valley. Di ambiente e natura non sa nulla, ha la mente pratica di un ingegnere e l’acume di chi ha dovuto risolvere parecchie grane, prima come manager a PayPal e Facebook e poi come amministratore delegato di Reddit. Lo stress eccessivo lo ha indotto a lasciare Big Tech a fine 2014 e a ritirarsi alle Hawaii. Ma qui l’americano Yishan Wong ha incontrato il suo primo fallimento: non è riuscito ad andare in pensione. Invece si è imbarcato in una missione da Don Chisciotte e ha fondato la startup meno tecnologica possibile, Terraformation, con l’obiettivo di piantare 1 trilione di alberi, riforestare 3 miliardi di acri di terreno degradato e salvare il pianeta. Promettendo una rivoluzione.

Ambizioso, destinato a fallire? Non a sentirlo parlare. Solo pratico. Perché oltre al taglio delle emissioni nocive, una delle soluzioni più efficaci contro il cambiamento climatico, assicura, è quella di affidarsi alle piante. Secondo la Nasa gli alberi assorbono 7,6 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno.

Wong si presenta su Zoom alle 8 del mattino (le 9 della sera prima per lui), con una t-shirt natalizia e un grande entusiasmo.

Come le è venuta l’idea di Terraformation?
“Ero qui alle Hawaii, cercavo di convincermi ad andare in pensione. Faceva caldissimo, troppo. Ho chiesto ai locali e mi hanno confermato che non era mai stato così. Allora mi sono detto: devo risolvere questo problema. Per i successivi due anni ho studiato e fatto ricerca e poi è nata Terraformation con l’obiettivo unico di fermare il cambiamento climatico”.

Ci crede davvero?
“Assolutamente. La riforestazione è la soluzione più semplice, efficace, economica e che si può promuovere su larga scala. Mentre facevo i miei calcoli è uscito uno studio del Politecnico di Zurigo, molti numeri combaciavano e così ho avuto la conferma”.

Cosa fa Terraformation?
“Offriamo un pacchetto di servizi, io lo chiamo “reforestation in a box”. Possiamo provvedere ai semi, alle nursery (una serra, che si può montare facilmente, come un mobile Ikea, dove tenere le piantine appena nate), all’equipaggiamento per piantare gli alberi, sia hardware che software, al training delle persone e aiutiamo anche a trovare i fondi necessari. Per l’equipaggiamento e il training cooperiamo con altre realtà, mentre ci stiamo specializzando sui semi e i finanziamenti”.

In che modo?
“Uno dei grossi problemi oggi è la mancanza di semi per le foreste native. Abbiamo stretto un accordo con Botanic Gardens Conservation International di Londra e abbiamo costruito una seed bank modulare, all’interno di un container, che mantiene i semi alla temperatura e all’umidità ideali. Il design è stato validato, può essere riprodotto e spedito facilmente in tutto il mondo. Attualmente ne stiamo costruendo in tre continenti. Facilitiamo anche la raccolta di finanziamenti. In questo settore ci sono parecchi soldi ma bisogna farli arrivare alle persone giuste”.

A proposito, chi vi ha finanziato?
“Ho presentato la mia idea, la più semplice possibile, e ho raccolto fondi in Silicon Valley per 30 milioni di dollari. Ci sono molti investitori desiderosi di contribuire a questa impresa”.

Terraformation è una non-profit?
“No. Abbiamo dei clienti, che sono governi, istituzioni locali, conservazionisti, proprietari terrieri. Ma i nostri investitori non si aspettano un ritorno economico immediato. Sanno che prima bisogna risolvere il problema, poi il profitto verrà. E molti di loro sono filantropi”.

Fact checking

È davvero possibile piantare 6,6 milioni di alberi in Italia entro il 2024?

di

Carlo Canepa (Pagella Politica)

10 Marzo 2022

Lei vuole piantare 1 trilione di alberi, a che punto è?
“Siamo a circa 850.000. Abbiamo diversi progetti in piedi, soprattutto in Sud America, Africa, India. Meno in Europa. Qui è molto attiva Reforest’Action, con base in Francia. Le abbiamo procurato dei fondi, non vogliamo competere ma aiutare chi ha lo stesso nostro obiettivo”.

Il tipo di piante che si seminano può incidere sull’ecosistema, a volte provocando anche dei danni. Voi come vi regolate?
“È un punto importante: noi interveniamo solo su foreste native, non piantiamo monoculture che sono molto fragili e possono alterare le condizioni ambientali. Le foreste sono resilienti e portano molteplici benefici, contribuiscono a controllare l’erosione, a preservare le specie protette e la biodiversità e rivalutano tutto l’ambiente circostante”.

C’è un problema. Secondo le stime più recenti ci sarebbero al massimo 2 miliardi di acri disponibili per la riforestazione. Dove pensa di trovare altra terra adatta?
“C’è un modo per ricavare 4,7 miliardi di acri. Dove? Nei deserti, che un tempo erano foreste”.

Fare arrivare l’acqua avrebbe un costo considerevole, anche in termini di emissioni nocive.
“È qui che inizia la rivoluzione. Nel 2018 il costo dell’energia solare per la prima volta è diventato più basso di quella ricavata da combustibili fossili. Nel 2019 è stata pubblicata l’analisi che lo illustrava, ma poi è iniziato il Covid, e in pochi se ne sono accorti. Se prima gli impianti di desalinizzazione erano alimentati da combustibili fossili e quindi inquinavano, oggi possiamo usare l’energia solare e portare l’acqua nel deserto. Questo cambierà tutto”. 

C’è anche chi sostiene che piantare alberi e basta sia una sorta di greenwashing.
“Queste non sono persone serie e non conoscono il problema. Certo, dobbiamo anche tagliare le emissioni, ma le foreste sono fondamentali e il loro recupero è la soluzione che ha più aspetti postivi rispetto alle altre”.

In Terraformation c’è molta poca tecnologia. È voluto?
“Sì. Sa qual è il problema principale della tecnologia? La tecnologia stessa. Non è magia, non risolve tutto e può avere conseguenze inaspettate. Proprio per questo ho cercato la soluzione più semplice, meno high-tech e pure meno innovativa”.

A proposito, le manca Silicon Valley?
“Non tanto. Non c’è più idealismo ormai, solo profitto. Ho messo da parte parecchi soldi, è vero, ma cosa me ne faccio se il pianeta in cui vivo non funziona più?”.

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