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domenica, Maggio 22, 2022

Addio a Thich Nhat Hanh, il padre della mindfulness

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Un fruscio leggero e un monaco minuto, nella sua tunica marrone, passa a fianco. Cammina passo dopo passo, come una danza lunare. Solo quando sale i tre gradini del palco si intuisce che è lui il maestro Thich Nhat Hanh. Per due ore parla in modo pacato, chiaro ed efficace, senza perdere il filo, rendendo semplici i più complessi del dharma, gli insegnamenti buddisti. Il monaco zen, candidato al Nobel per la Pace e ritenuto il padre della mindfulness, è morto a 95 anni in Vietnam.

Più e oltre le parole, colpiva del maestro il modo in cui portava l’insegnamento nel mondo. Lo portava con la sua forza di uomo mite ma determinato, attivista, che con un breve incontro convinse Martin Luther King a schierarsi pubblicamente contro la guerra in Vietnam. Lo portava con la sua testimonianza: a 88 anni, quando l’ho incontrato, si alzava, invitava la platea a fare qualche piegamento sulle gambe e poi, sotto il sole cocente di luglio, guidava una lunga meditazione camminata, tenendo i bambini per mano. Lo portava soprattutto con la sua presenza, quello stato in cui mente e corpo sono una cosa sola e siamo pienamente concentrati in ogni atto.

Fondatore della minfulness

Lui per primo ha divulgato questa attitudine in occidente chiamandola mindfulness, consapevolezza, e lo ha fatto con la semplicità dello zen: quando mangi mangia, quando cammini cammina, quando mediti medita. Senza lasciare che la mente divaghi nei ricordi del passato o nelle aspettative del futuro. Come si fa? “Bastano tre respiri”, diceva Thay (“Maestro”, così lo chiamano gli allievi) accennando un sorriso, che aveva in sé l’arguzia zen e la fiducia nella pratica. Pratica che non è solo la meditazione formale sul cuscino, ma pratica in ogni momento. A Plum Village, il centro immerso nei girasoli della campagna francese fondato nel 1982, ogni 10 -15 minuti suona una campana e un’intera comunità di laici e monaci si ferma – immobile – per tre respiri: il tempo si dilata, Radio Non Stop Thinking – così lui chiamava ironicamente il continuo brusio della mente – si placa un po’ e la mente si risveglia al momento presente, portando pace.

Una vita in esilio

Thich Nhat Han è stato in esilio una vita, dopo che nel 1966 il governo vietnamita gli ha impedito di fare ritorno nel paese d’origine, a causa delle sue posizioni pacifiste: non si schierò con nessuna delle parti in conflitto e attraverso il movimento “Piccoli corpi di pace “ giunse nelle campagne per creare scuole, ospedali e per ricostruire i villaggi bombardati, nonostante subissero attacchi da entrambi i contendenti (vietcong e americani), poiché li ritenevano alleati del proprio nemico. Solo nel 2005, dopo 39 anni di esilio, ha potuto far ritorno per tre mesi in Vietnam.

Il buddismo impegnato

Thich Nhat Hanh è il fondatore di quello che lui stesso ha definito Buddismo impegnato, un buddismo che vuole essere di supporto alla pace, alla giustizia, alla lotta al riscaldamento globale. Ma il suo approccio non fu mai ideologico, lui partiva sempre dall’interno, dall’uomo. Un giorno un ragazzo gli disse che voleva battersi assolutamente per i diritti umani e gli chiese consiglio su come muoversi. Il maestro fece i suoi usuali tre respiri e chiese: “Come vanno le cose a casa, coi tuoi genitori?”. Il suo invito era sempre quello di tornare a se, fermarsi, guardare in profondità, prendersi cura dei semi negativi, guarendoli e prendersi cura dei semi positivi, innaffiandoli. In ogni caso anche di fronte ai drammi dell’umanità lo sguardo era sempre rivolto a ciò che ciascuno porta nel mondo. Cionondimeno subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle la sua presa di posizione gli fece guadagnare il soprannome di “l’altro Dalai Lama”, e il 12 settembre 2001 lo vide radunare 3mila persone a Manhattan, nella Riverside Church.

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